Incendi: da Sergio Romano la proposta giustaStampa

Vigile del fuoco in azione

Rispondendo alla lettera di una lettrice sul problema degli incendi che nelle ultime settimane hanno tormentato la Sicilia e il Mezzogiorno dell’Italia Sergio Romano, sul Corriere della Sera, nei giorni più aspri dell’emergenza incendi boschivi, dopo avere posto una serie di domande sulle cause del fenomeno e sui mezzi più idonei per affrontarlo, ha concluso con questa affermazione: ”occorre ricordare che non può esservi una efficace battaglia contro gli incendi senza la collaborazione della popolazione e delle autorità locali. Nei Paesi del Nord, dove si è sempre costruito principalmente in legno, il corpo dei pompieri è stato spesso un’associazione di privati cittadini, pronti ad indossare l’elmo e la tuta in caso di bisogno. Perchè non dovrebbero esistere, soprattutto nelle regioni più minacciate, i pompieri di complemento?”


Nelle semplici parole conclusive della risposta di Sergio Romano alla lettrice di Messina sta il cuore del problema che ancora deve risolvere la Protezione Civile Italiana.
Fin dal momento della sua costituzione il Servizio Nazionale della Protezione Civile non è riuscito a dare vita a corpi comunali di pompieri volontari, cioè cittadini che senza nessuna retribuzione svolgessero localmente per il proprio comune - sotto la guida del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco - gli stessi compiti dei pompieri professionisti.


Con insistenza Giuseppe Zamberletti, sin dai giorni successivi al terremoto del Friuli, promuovendo il nuovo modello organizzativo della Protezione Civile Italiana aveva cercato di convincere tutti i protagonisti del dibattito che per lungo tempo impegnò il parlamento nella elaborazione della nuova legge istitutiva del Servizio Nazionale di Protezione Civile, a prevedere la costituzione di corpi comunali di pompieri volontari.

Le resistenze furono così aspre che alla fine si ripiegò su un compromesso dialettico che è stato poi causa di continui equivoci. La legge all'esame del Parlamento, che divenne poi la notissima 225/92, non parlò più di “corpi comunali di vigili del fuoco” ma di “gruppi comunali di protezione civile”. E secondo una diffusa interpretazione, ai gruppi comunali avrebbe dovuto essere interdetta l’attività di “soccorso tecnico urgente”, espressione con cui si intende l’attività di cui i pompieri, avendone la competenza, ne avrebbero anche, per così dire, quasi un diritto di privativa. Le resistenze che impedirono di allineare il nostro Paese agli altri paesi europei e del Nord America erano infatti provocate proprio dai sindacati del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, che non tolleravano il sorgere di organizzazioni municipali e volontarie di pompieri, considerate concorrenti e capaci di indebolire il ruolo del corpo statale dei pompieri.
logo dei pompieri di Viggiù

Invano si cercò di far comprendere ai rappresentanti del Corpo Nazionale che la costituzione di gruppi comunali o di associazioni locali di pompieri avrebbe costituito una importante integrazione del sistema complessivo: un prezioso strumento da porre a disposzione, oltre che nell'ambito delle attività di soccorso tecnico urgente, anche per lo svolgimento di una puntuale e diffusa attività di vigilanza sul territorio e quindi di prevenzione.
Invano ci si sforzò all'epoca di mettere in evidenza che con lo sviluppo dei corpi municipali di pompieri si sarebbe rafforzato il ruolo della struttura professionale del corpo statale, il quale avrebbe potuto e dovuto assolvere ai compiti di formazione e addestramento, di coordinamento e di impiego del sistema dei gruppi e delle associazioni municipali.
Ma tant’è: il soccorso tecnico urgente rimase limitato alla competenza del Corpo Nazionale, e i gruppi comunali di protezione civile così come le associazioni di tipo tradizionale sorte in ambito municipale, si svilupparono senza precisi obbiettivi di impiego nelle situazioni di emergenza, senza criteri formativi uniformi e soprattutto privi di una catena di comando capace di assicurare omogeneità addestrativa, chiarezza di indirizzi operativi, rapidità nei tempi di mobilitazione e radunata necessari per fronteggiare le grandi emergenze.

I gruppi comunali e le associazioni tradizionali sia nazionali che locali sono stati pertanto condannati ad una politica autoreferenziale che ha prodotto una disparità di criteri operativi (si va da interventi confinanti e vagamente assimilabili ma non chiaramente coincidenti con le attività di soccorso tecnico urgente fino alle diverse attività di tipo assistenziale e di supporto logistico), con iniziative addestrative eterogenee e programmi di acquisizione di mezzi operativi non coordinati e condizionati dalla esclusione formale dai ruoli delle forze incaricate di assolvere compiti di soccorso tecnico.
Così i gruppi e le associazioni non sono riusciti, pur avendone la vocazione, ad occupare lo spazio originariamente previsto per loro dal disegno di legge della 225, che era quello di potersi configurare come "corpi comunali di pompieri volontari", aumentando il bagaglio delle loro competenze e capacità senza snaturare il loro ruolo di espressione di un privato sociale vocato alla gratuità e alla solidarietà, e anzi incentivando ancor di più la loro crescita e la loro diffusione anche numerica sul territorio nazionale.

Quando oggi si parla - e se ne è parlato anche questa estate durante i giorni duri dell’emergenza incendi - della disponibilità potenziale di un milione di volontari non si dice il falso, ma si parla di una forza chiamata per lo più a concorrere - durante le emergenze - soprattutto ad attività di supporto logistico e assistenziale che la fanno sembrare più idonea alla gestione di grandi eventi che allo svolgimento di iniziative di salvataggio e di contrasto, che richiedono invece competenze tecniche e strumenti ben definiti per combattere le conseguenze di eventi calamitosi e catastrofi. La stagione dei roghi ha dimostrato che sia per le attività di prevenzione che di contrasto di eventi di questo tipo è indispensabile rafforzare le forze di prima linea, le unità di pronto intervento che per un verso siano diffuse sul territorio, e allo stesso tempo siano tanto flessibili da poter essere raggruppate e impiegate a massa nelle aree critiche.


Per ben due volte questa estate il ministro della difesa ha annunciato interventi dell’esercito nelle regioni devastate dagli incendi. Fino a venti anni fa a questi annunci facevano seguito schieramenti “in massa” di intere divisioni di fanteria. Oggi, come si è visto, non è più così. L’esercito di leva è stato archiviato, e dunque agli annunci dei giorni scorsi non è seguito nulla di visibile.
Per gestire a terra emergenze come quelle delle settimane scorse, rimane ormai solo il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco (trentamila uomini dalle Alpi al Canale di Sicilia divisi in quattro turni di lavoro e senza nemmeno più i cinque mila ragazzi del contingente di leva), un pugno di guardie forestali che la dispersione sul nostro difficile territorio rende poco visibili, le forze dell'ordine localmente disponibili ed un volontariato sparso e non ovunque presente in numero apprezzabile.
Senza ”i cittadini con l’elmetto” evocati da Sergio Romano non si va lontano.

I comuni e i Prefetti possono fare i più bei piani del mondo le “sale operative” possono essere affollate dei migliori “disaster managers”, ma se sul terreno le truppe non ci sono, qualsiasi battaglia è perduta. Perduta la prova dell’emergenza ma anche la politica della prevenzione. Perché non c’è prevenzione senza una costante e diffusa osservazione del territorio.
“Mettere gli scarponi sul terreno”: questa deve essere la indispensabile “campagna d’inverno” della Protezione Civile. Questo deve essere anche per ISPRO il maggiore impegno nei prossimi mesi.

Lorenzo Alessandrini

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Tipologia: Editoriale | Pubblicato il 09/09/2007 da Redazione