Si è spento Vito Lattanzio, già Ministro della protezione civileStampa
Si è spento nella sua Bari il 31 ottobre, nel giorno del suo compleanno, l’On. Vito Lattanzio, uomo politico noto e stimato che ha contribuito a fare la storia dell’Italia repubblicana.
Deputato al Parlamento, ininterrottamente, dal 1958 (III legislatura) al 1994 (XII legislatura), ha rivestito nella carriera moltissimi incarichi di Governo, quale Ministro e Sottosegretario, e ha svolto anche il ruolo di Vice Presidente della Camera dei Deputati in due legislature, tra il 1983 e il 1988.
Ma nel suo curriculum risalta senz’altro l’importante incarico di Ministro senza portafoglio per il coordinamento della protezione civile, iniziato con il Governo De Mita il 13 aprile 1988 e confermato con il VI^ Governo Andreotti il 22 luglio 1989 e fino al 12 aprile 1991. Dopo quello di Giuseppe Zamberletti, si tratta del più lungo incarico continuativo di Ministro della Protezione Civile mai rivestito da un uomo politico.
Con lui se ne va un pezzo della nostra storia. Quale eredità lascia Vito Lattanzio? Un’eredità importante, che proprio Giuseppe Zamberletti ha inteso tracciare in queste ore, ricordando l’amico e il collega di anni di battaglie per la libertà e la democrazia. Vi sono nella vicenda umana e politica di Lattanzio, alcuni aspetti che riguardano direttamente la protezione civile, e che vanno ricordati.
Sposando il disegno tracciato dal padre fondatore, l'on. Vito Lattanzio ebbe il grande merito di portare al traguardo la legge 225, facendola approvare dal Parlamento nella sua ultima stesura, avvalendosi dei consigli di Luigi Giampaolino, oggi Presidente della Corte dei Conti. Alcuni rilievi costituzionali del Presidente Cossiga gli tolsero all’ultimo momento la soddisfazione di portare la legge fino alla promulgazione (che avvenne sotto il nuovo ministro Nicola Capria), ma ciò niente toglie al merito assoluto di aver dato lo strattone decisivo per tirar fuori il disegno legislativo dalla palude parlamentare in cui per tutti gli anni ’80 era rimasto insabbiato.
Quando Lattanzio fu chiamato a ricoprire il ruolo di Ministro, la protezione civile non aveva ancora superato il trauma della successione a Zamberletti, e nell’opinione pubblica c’era una diffusa insoddisfazione. Con pazienza, saggezza e coraggio, Lattanzio recuperò i temi della previsione e della prevenzione, che nell’ultimo periodo sembravano esser stati trascurati, e rafforzò l’idea di un Dipartimento moderno ed attrezzato, non votato soltanto al soccorso, e incardinato nella Presidenza del Consiglio, secondo quella che era l'idea fondativa .
Volle da subito rafforzare il contributo della comunità scientifica all’opera quotidiana di previsione e prevenzione, chiamando attorno a sé una Commissione Grandi Rischi fatta di un centinaio di professori universitari, scienziati, tecnici e ricercatori che entrarono definitivamente nella grande famiglia della protezione civile. Si ravvisa in quel periodo anche una esuberante attività convegnistica del Dipartimento: da ricordare, in particolare, gli importantissimi incontri di Taormina ed Erice sulla previsione dei terremoti e sulle eruzioni vulcaniche, e il grande convegno di Cagliari sugli incendi boschivi. E non mancò un impulso forte in direzione dell'avanzamento tecnologico. Nacquero proprio in quegli anni i progetti di sviluppo satellitare Argo e Cospar - Sarsatt.
La continuità dell’impegno di Ministro per tre interi anni aiutò indubbiamente Lattanzio a fortificare il giovane edificio che Zamberletti aveva cominciato a fondare solo pochi anni prima. Così, ben quattromila furono i gruppi di volontariato che vennero aiutati a sorgere e a svilupparsi in ogni parte d’Italia, ma soprattutto si cercò di renderli consapevoli dell’utilità e dell’importanza della conoscenza dei rischi e dell’impegno diretto nelle attività di protezione civile.
Il triennio di Lattanzio al Dipartimento fu sottoposto ad alcune importanti prove di efficienza, anche di tipo internazionale, che testarono il livello qualitativo raggiunto soprattutto nel manovrare la forza emergente del volontariato di protezione civile. L’esempio più eclatante di questo nuovo corso fu dato nel 1991 dall’arrivo di ventisettemila albanesi, fuggiti da un regime sanguinario e sbarcati in Puglia, i quali, pur in mezzo a immancabili dubbi e polemiche tra l'opinione pubblica, furono sveltamente dislocati e ricoverati presso centri sparsi in ogni angolo d’Italia, consentendo alla Commissione per i Rifugiati Politici di adempiere con la dovuta tranquillità ai propri doveri, con il riconoscimento dello stato di esule ad alcuni e la decisione del rimpatrio per altri nel rispetto del Trattato di Ginevra.
Ebbene, quella fu un impresa coordinata dal Dipartimento. Un Ordine del Giorno del Consiglio dei Ministri del 15 marzo 1991 riconobbe ufficialmente che “il Dipartimento della Protezione Civile, pur non essendo istituzionalmente competente per tale tipo di intervento, è riuscito a fronteggiare l’improvvisa emergenza venutasi a creare”.
Un’altra impresa d’eccezione fu la realizzazione del “Villaggio Italia” a Spitak, in Armenia, dove quasi duecento Moduli Abitativi di Pronto Intervento (MAPI) furono installati per reinsediare la popolazione del villaggio colpito dal grande terremoto del dicembre 1988 che causò decine di migliaia di morti. Gli aiuti del Governo italiano, coordinati dal Ministro Lattanzio, dopo una prima fase dedicata al soccorso e all'invio quotidiano di aerei carichi di aiuti, viveri e medicinali, si concentrò sul reinsediamento di un migliaio di senzatetto nella zona di Spitak, epicentro del terremoto, nel cuore del rigidissimo inverno armeno. Il "Villaggio Italia", che a maggio 1989 riuscì ad accogliere 1300 persone, era composto da 196 moduli abitativi, 16 moduli di servizio, 40 container industriali e 13 container di tipo speciale, e integrato con un ospedale da campo fornito dagli alpini di Bergamo e da un centro socio-sanitario per l'assistenza ai bambini. I MAPI, che Zamberletti aveva commissionato all'architetto Pierluigi Spadolini dopo l'Irpinia, erano strutture prefabbricate complete di cucina e bagno che avevano dimensioni fra i 56 o 76 metri quadrati. Studiati per resistere a temperature esterne estreme (da - 30 a + 70 gradi), potevano essere montati in trenta minuti senza bisogno di fondazioni. L'operazione che Lattanzio condusse per conto del governo, oltre che un grande gesto di solidarietà verso l'URSS in una fase delicatissima della politica internazionale, va considerata la prima esperienza che ha visto la protezione civile italiana impegnarsi all'estero in un intervento strutturale di assistenza.
Non può esservi dunque dubbio che nei suoi tre anni di spesso silenzioso ma sempre appassionato ed intenso lavoro, il Ministro Lattanzio ha fatto crescere il servizio nazionale della protezione civile: una protezione civile che tributa oggi a lui l’omaggio riservato ai grandi che lasciano traccia di sé nella storia.
di Lorenzo Alessandrini






