Nel Forlivese c’è lo sciame sismico. Chi pagherà? Stampa
Nella zona di Bagno di Romagna, nel forlivese, è in corso da giorni e giorni un fenomeno costituito da decine di terremoti giornalieri. L’epicentro sta tra i paesi di S. Pietro in Bagno, Verghereto e Santa Sofia. Si registrano anche un centinaio di scosse al giorno. Finora, l'evento più grave ha avuto una magnitudo sulla scala Richter pari a 3.7. Nelle ultime ore sembra registrarsi un certo rallentamento, ma in complesso, nella zona si sono registrare finora più di seicento scosse in due settimane. Come in ogni sciame sismico prolungato che si rispetti, a farla da padrone sono il timore dei cittadini, la scarsità di informazioni e soprattutto la mancanza assoluta di certezze di tipo tecnico-scientifico. Nei primi giorni la gente ha dormito nelle automobili. Adesso la stanchezza ha riportato tante e tante famiglie a dormire a casa. “Abbiamo i nervi logorati”, dicono in coro cittadini e amministratori; ma gli animi vengono tenuti in allerta anche dalle voci incontrollate di qualche sismologo allo stato brado. Nell'incertezza completa. non si disdegna di fare una bella processione dietro a Sant'emidio protettore dai terremoti. E adesso che succederà? La protezione civile regionale e la relativa Commissione Grandi Rischi (è così, l’Emilia Romagna ne ha una sua, regionale) continua a dire che non si possono prevedere i terremoti. Si sono fatte assemblee pubbliche, si sono consultati gli esperti della protezione civile, ma la risposta è sempre la stessa. Non si può prevedere un terremoto. E poi le stesse considerazioni: state calmi, stiamo facendo sopralluoghi, siamo pronti a eventuali emergenze, controllate le case, ecc ecc, ma alla fine, comunque ... la conclusione è che non si possono prevedere i terremoti. Insomma le solite cose. E allora? I commissari tecnici del lunedì mattina, che anche all’Aquila sono fioriti dopo il terremoto, hanno accusato gli esperti della Commissione Nazionale Grandi Rischi di aver attenuato, con il loro parlare o con il loro non parlare, quella “istintualità culturale sedimentata” posseduta dalla popolazione che abita in una zona sismica: un’istintualità che è fatta di osservazioni di galline, di serate al chiaro di luna, di aria stranamente tepida, e, ovviamente, di statistica fatta in casa e di voci allarmistiche fatte circolare in modo incontrollato tra la gente: la Grandi Rischi avrebbe attenuato a tal punto quella cultura locale, da aver convinto molta gente a dormire a casa e a beccarsi la scossa fatale di quella notte. A Bagno di Romagna e a santa Sofia, invece, sta avvenendo semplicemente che la sola stanchezza sta pian piano sopraffacendo, in modo del tutto naturale, quella "istintualità culturale sedimentata": e la gente, ormai sfinita dalle veglie notturne e dai sedili delle automobili, sta cominciando man mano a tornare a letto -a casa- anche senza che nessuno le abbia detto niente. I colpevoli? La stanchezza, il fatalismo e –ammettiamolo pure- anche qualche rassegnato senso di colpa, da sottacere finché non succede niente. Ma se qualcosa succede -vedrete - allora tutto cambia. Come in una specie di cerimoniale ripetitivo e secolare - quello sì, culturalmente sedimentato- all’interno della comunità ferita, dopo l’iniziale sbalordimento, sorge da qualche parte la necessità di cercare un colpevole, di scovare l’untore delle disgrazie: che non sarà mai chi ha costruito male, non chi per anni, pur sapendo, ha trascurato o sottovalutato, non chi ha preferito altri impieghi delle risorse rispetto a quelli per la sicurezza, non chi ha preferito l'ampliamento al consolidamento … No, il colpevole va cercato, se possibile, fuori dalla comunità dei coinvolti: qualcuno che avendo un compito da svolgere, non l’ha curato o interpretato come era suo dovere. Prendiamo ad esempio il Prof. Barberi, uno scienziato che tutto il mondo ci invidia e che ha dedicato la sua vita a sposare le ragioni della scienza con le esigenze della protezione civile. In Garfagnana, nel 1985, Barberi fu indagato per “procurato allarme” per aver detto che statisticamente "poteva" accadere che dopo una scossa di un certo tipo ce ne fosse un’altra di più grave entità. All’aquila invece è stato inquisito per motivi opposti, cioè di esser stato rassicurante. In particolare è stata messa sotto accusa una sua frase riportata - udite udite- in un verbale comparso "dopo" il terremoto, in cui non ha giudicato un episodio sismico come un precursore di una scossa forte. Qualcuno gli ha contestato, in particolare, che avrebbe dovuto dire “non si può dire che una scossa sia un precursore CERTO” invece che semplicemente “non si può dire che una scossa sia un precursore”. Come se la sua esperienza in Garfagnana non parlasse per lui. E soprattutto, come se quel verbale l'avesse scritto lui.... Rebus sic stantibus, vediamo ora come andranno le cose in Romagna. Certo, anche sulla scorta di quello che è successo all’Aquila, sarà sempre più difficile che qualcuno si prenda la responsabilità di parlare o di formulare ipotesi, anche solo dubitative, poiché qualcuno si sentirà sempre autorizzato a dire che non di ragionamenti si trattava, bensì di chiari inviti a fare o a non fare. E' interessante in tal senso rileggere la posizione ufficiale dei geologi italiani sull’argomento: “Non si può chiedere alla scienza di assumersi responsabilità che dovrebbero essere della politica. Gli scienziati, i geologi, producono mappe sismiche accuratissime. E da anni, da decenni lanciano l’allarme sulle regioni più a rischio di terremoti disastrosi. Da questo punto in poi sono altri a dover prendere decisioni. E le decisioni non si prendono sul dare l’allarme da un giorno all’altro, ma sui piani regolatori, sulle licenze edilizie, sull’edilizia antisismica. Seguendo gli stessi criteri dell’Aquila, ovvero lanciando l’allarme per ogni sciame sismico di una certa durata e intensità, in Italia dovremmo evacuare ampie aree o lanciare allarmi terremoto ogni tre mesi. In Giappone un simile terremoto non avrebbe provocato una sola vittima. Perché le autorità sono a conoscenza del rischio sismico e sono adatte alle necessità. L’unica verità è che andrebbe fatto un grande investimento sulla manutenzione antisismica." Ogni altro commento è superfluo. Aggiungiamo solo che lo scienziato non deve dire, e non deve neanche "non dire" ai cittadini. La relazione con i cittadini non è compito suo. Punto e basta. Ma se vi è una certezza, per chi crede oggi nella possibilità di migliorare lo stato dell’arte, è che il prossimo periodo dovrà essere consacrato allo sviluppo delle capacità di indagine sui cosiddetti "precursori" e che il decisore politico ha il dovere di dare udienza a ogni tipo di contributo, e non solo a quello supportato dal mondo accademico. E’ ora di dare una sterzata all'intero settore, accantonando i paletti baronali, i diritti di privativa sulla ricerca e la diffidenza con cui la scienza “ufficiale” ha sempre cercato di emarginare le esperienze più innovative e gli studi sperimentali. Occorre guardare con ottica a 360 gradi, con animo sgombro da riserve mentali e con sincero interesse, anche a chi percorre sentieri estranei ai canali consueti nei quali da sempre si sviluppa la nostra ricerca sismica. Solo così potremo impedire che tra ricerca ufficiale e ricerca non ufficiale sorgano i problemi che si sono rivelati esiziali all’Aquila. Problemi che hanno più a che fare con l'orgoglio e la vanità delle persone che con l'interesse pubblico.






