Nasce la protezione civile europea?Stampa

Immagine Unione Europea

E’ ormai qualche anno che in coincidenza con le grandi calamità che colpiscono le diverse parti del nostro pianeta, assieme agli sforzi di solidarietà a favore delle popolazioni colpite, si ravvivano sia la sensibilità della pubblica opinione che quella del legislatore in ordine agli aspetti e ai problemi organizzativi della protezione civile europea, che si vorrebbe non solo più forte e funzionale al livello dei singoli stati membri, ma più in generale in riferimento alla capacità e alla voglia del nostro continente di rappresentare attraverso di essa il meglio del mondo e della cultura occidentali. 

Sull’organizzazione della protezione civile continentale non si è mai registrata fino ad oggi una posizione del tutto unanime e condivisa all’interno della UE, poiché gli approcci hanno sempre risentito delle diverse provenienze di commissari e parlamentari e dell’impostazione culturale e politica caratteristica delle diverse situazioni organizzative nazionali. Nell’ultimo periodo, tuttavia, si sono intensificate le iniziative legislative e progettuali finalizzate alla creazione di una visione europea del settore e di una conseguente appropriata organizzazione.

Qualcosa si era già mosso dopo l’attentato alle torri gemelle di New York con l’approvazione della risoluzione dell’ottobre 2001 sui meccanismi di rafforzamento della cooperazione comunitaria; è successo di nuovo nel 2003 dopo il grande terremoto in Iran con la missione dei gruppi europei di valutazione e assistenza sotto il coordinamento degli italiani titolari del semestre di Presidenza.

Succede anche oggi dopo lo tsunami che per Santo Stefano ha colpito il sud est asiatico: l’Europa torna ad interrogarsi, e stavolta sembra davvero un coro unanime, sulla consistenza e sul funzionamento del sistema, e soprattutto sul modo di superare divisioni e differenze per riuscire a costruire finalmente una vera protezione civile d’Europa. E in effetti qualcosa sembra essere davvero cambiato, anche in considerazione dell’unanimità raggiunta nelle votazioni avvenute recentemente sulla risoluzione proposta al parlamento di Strasburgo. Con la risoluzione del gennaio di quest’anno gli euro parlamentari chiedono in particolare che le unità specializzate civili cui verrà assegnato il servizio europeo seguano una formazione comune e siano disponibili ad intervenire in caso di disastri sia all'interno dell'Unione che fuori di essa. Il Parlamento, inoltre, pur avendo apprezzato "la reazione rapida alla catastrofe assicurata dagli stati membri”, ha esortato vivamente l'UE a rendere disponibile uno strumento militare rapido comune per le attività di trasporto aereo, ed ha invitato i governi nazionali a sviluppare le capacità militari dell'UE in modo che abbiano anche lo scopo di dare risposte efficaci ed adeguate in caso di disastri umanitari e naturali. E’ possibile che in direzione di questa presa di posizione abbia influito la performance realizzata dai soldati americani in sud est asiatico.

Del resto le condizioni politiche favorevoli per un potente ingaggio di nuove responsabilità vi sarebbero oggi tutte, soprattutto per la forza che al nuovo settore è consegnata dal nuovo Trattato Costituzionale, il quale propone l’introduzione della protezione civile tra le aree per le quali è prevista un’azione comunitaria “di supporto, di coordinamento e complementare” (art. 16), mentre un articolo specifico (art. 184) ne precisa le disposizioni operative per la migliore azione dell’Unione. Così nelle scorse settimane gli euro parlamentari hanno chiesto alla Commissioni la creazione di un pool composto da unità specializzate civili che seguano una formazione comune e siano disponibili ad intervenire in caso di disastri legati a ogni tipo di rischio rischi sia all'interno che all’esterno dell'Unione.

Proprio in questa direzione va una delle ultime proposte di revisione radicale del sistema, sulla quale tornano ad appuntarsi le speranze di molti, e che è quella del cosiddetto ''corpo d'intervento rapido'' suggerito dalla commissario UE alle relazioni esterne, Benita Ferrero-Waldner: una formazione che potrebbe essere composta dai corpi già operativi negli stati membri, con pompieri, poliziotti e anche altri tipi di esperti. Secondo questo tipo di proposta, il nuovo sistema “made in UE” potrebbe usufruire anche del rafforzamento delle strutture consolari di tutti i paesi membri presenti in tutto il mondo. Qualcuno fra i parlamentari europei è arrivato a dichiarare, pur senza spirito polemico, che dopo tanti anni in cui si è parlato e tentato di coordinare gli stati membri senza ottenere risultati, è giunto ora il momento di tentare la strada della costituzione di una vera e propria agenzia: un organismo autonomo, cioè, capace di agire e intervenire quando serve senza necessità di coordinamenti superiori legati a precedenze storiche o a presidenze di turno.

L’idea di un organismo europeo di Protezione Civile non è per la verità del tutto nuova. Già negli anni ’80 i ministri della protezione civile degli Stati membri si erano riuniti, in occasione del semestre di presidenza italiana, per teorizzare la costituzione di una Agenzia Europea, raggiungendo un buon livello di accordo su tempi e modalità. I cambiamenti intervenuti negli anni successivi, a cominciare da quelli dei governi nazionali, hanno impedito il concretizzarsi di quel sogno. Ma giova ricordare che l’individuazione e l’acquisizione dell’area di Castelnuovo di Porto come centro di protezione civile, che risale a quegli anni, aveva fra i suoi scopi -nemmeno troppo celato- anche quello di preparare l’Italia ad accogliere eventualmente sul proprio territorio la costituenda protezione Civile europea.

Quanto alla nuova possibile conformazione operativa della UE, non nascondiamoci che la richiesta –unanime- dei parlamentari di avere da subito una nuova “autorità di protezione civile europea” porrà da subito diversi problemi, tra cui quello della collocazione, della individuazione e della distribuzione delle strutture e delle risorse, del reclutamento e della formazione del personale, del grado di autonomia finanziaria e operativa da assegnare all’agenzia stessa e delle modalità di ogni suo intervento entro e fuori la UE e, non ultimo, quello della riflessione sulla forma prescelta dai parlamentari –un’agenzia- che se considerata a livello nazionale come quello italiano rappresenta probabilmente una iattura, mentre a livello europeo occorre riconoscere come si imponga sull’argomento una più ampia riflessione legata alle difficoltà di coordinare sistemi nazionali spesso lontani anni luce tra loro e quindi sull’opportunità eventuale di creare un organismo autonomo.

Ma è proprio per questo che il principale problema del nuovo coordinamento continentale sarà legato alla necessità di una “armonizzazione” delle leggi nazionali di settore all’interno di un quadro istituzionale europeo di natura sussidiaria; un’impresa che costituisce ancora oggi uno degli scogli più importanti da superare, e che si rende tuttavia necessaria per assegnare a qualsiasi tipo di nuova “autority” il giusto grado di autonomia dai vincoli amministrativi e operativi dei rispettivi paesi aderenti, per consentirle una maggiore flessibilità organizzativa.

E’ certo che si dovranno trovare opportune forme di incontro, formazione e addestramento comuni fra tutte le componenti operative nazionali, e non dovranno comunque essere abbandonate le attività di previsione e prevenzione avviate in questi anni e che hanno consentito alcuni interessanti avanzamenti. E la rinascente protezione civile continentale non dovrà trascurare l’attenzione che è stata giustamente posta dal legislatore europeo sulla necessità di stabilire criteri di utilizzo delle forze armate nel campo dell’intervento di soccorso, al fine di intensificare gli sforzi di integrazione nelle attività di cooperazione civile-militare e di assicurare nuove ed importanti applicazioni sia nel campo della protezione che in quello sempre più emergente della difesa civile.

 

Lorenzo Alessandrini

 

Tipologia: Editoriale | Pubblicato il 03/03/2005 da Redazione