L'assicurazione anti-calamità: un'esigenza imprescindibile per un paese moderno.Stampa
Parlare di assicurazione contro i rischi di catastrofe naturale in Italia significa introdurre un dirompente e non facilmente indagabile elemento di novità nel dibattito sulle condizioni e sugli obiettivi della società italiana, e in particolare per quella parte di dibattito legata allo sviluppo socio-economico del territorio e alla salvaguardia della popolazione. Sull’argomento, è noto, esistono opinioni diverse. Vi è tutta una scuola di pensiero, una intera parte della cultura istituzionale e politica italiana di stampo liberale, che ci porta a considerare i problemi legati alle catastrofi come qualcosa che il cittadino deve risolvere il più possibile con i suoi mezzi, non potendo esser compito dello Stato provvedere a tutte le esigenze a spese della collettività, e a scapito di altre iniziative o opere importanti per la nazione. Una visione della vita e della nazione che viene da lontano e risale all’Italia post-unitaria. Del resto, Sidney Sonnino, famoso uomo politico del periodo posto tra i due secoli, da Ministro del Tesoro (Governo Crispi 1893/1896), rispondendo nell’estate del 1895 all’interrogazione di un deputato calabrese dopo un terremoto della Calabria dell’ottobre 1894, ebbe ad affermare:
“In un paese come il nostro dove purtroppo disastri del genere, come terremoti, inondazioni, avvengono quasi a periodi regolari, sia qua sia là, lo Stato non può supplire direttamente ai danni col danaro pubblico, che si strappa poi penosamente ai contribuenti; non può provvedere a tutte le disgrazie e le perdite che provengono da forza maggiore. Lo Stato si deve restringere ad alcuni casi: a dare insieme con le autorità locali i primi soccorsi in qualunque maniera, inviando sul luogo truppe, autorità, ed anche denaro. Poi può sovvenire alle classi più povere, aiutandole a riparare ai loro tuguri, ma non può sotto questa forma venire in aiuto alle classi borghesi.....”
Lo Stato liberale post unitario, dunque, tendeva a lasciare “autonomo” il cittadino sia nella buona che nella cattiva sorte; va detto che in questo particolare campo della solidarietà pubblica si erano meglio distinti i Borboni, che nelle regioni del sud avevano già inventato, all’epoca, interventi finanziari e di prestito attraverso le Casse Agrarie, e persino i primi esempi di sospensione delle imposte per la popolazione colpita da una catastrofe. All’opposto, con l’avvento dello Stato sociale, che si osserva a partire dall’epoca fascista e che arriva fino ai giorni nostri, si è cominciato ad implementare nella coscienza civile degli italiani una visione della convivenza collettiva che comporta, quasi come un automatismo dovuto, un totale intervento dello Stato in ogni caso in cui i cittadini si trovino posti in difficoltà dall’occorrenza di una calamità naturale: uno sforzo di cui la solidarietà pubblica deve dunque senz’altro farsi carico. Nel dopoguerra, con l’avvento della Repubblica, questo tipo di atteggiamento non solo non è scomparso, ma è stato dal potere politico addirittura ampliato, sistematizzato e reso stabilmente operativo per ogni episodio in cui il territorio è stato interessato da eventi disastrosi con conseguenze sociali ed economiche di apprezzabile entità. E’ di grande rilevanza sociale e politica il fatto che le ultime generazioni di cittadini sono state abituate ed “educate” all’idea di uno Stato che “deve” intervenire, più che in aiuto, in completa sostituzione del cittadino, una specie di spirale perversa, che ha prodotto frutti terrificanti. A titolo di esempio, si può citare la vicenda della cittadinanza onoraria concessa da un Sindaco a quel deputato di collegio che riuscì a far cassare il suo comune dall’elenco di quelli individuati come comuni a rischio); e ancora, l’inascoltato provvedimento che nel 1984, dopo un terremoto abruzzese dava la possibilità di ottenere mutui “a tasso zero” per chi voleva ricostruire a prova di sisma le proprie case rimaste intatte. C’è un problema diffuso di cultura, quindi, e non solo una carenza legislativa. Le istituzioni hanno fatto anch’esse la loro parte, se da quasi sette anni le norme antisimiche fanno un percorso ad ostacoli per essere pienamente applicate, e se ogni qualvolta appare in una finanziaria il tentativo di introdurre le assicurazioni contro le calamità, la norma viene puntualmente espunta in sede di emendamenti. Ma le istituzioni rispecchiano in fondo assai fedelmente la carenza di cultura della prevenzione diffusa nel Paese. Da tempo, dall’Ispro proponiamo di introdurre forme di assicurazioni in caso di catastrofi. Perché le proponiamo? Ci sono almeno due motivi: innanzitutto per giungere a una condizione in cui una ricostruzione non debba gravare tutta sullo stato. Non è un caso ad esempio, che da più parti (soprattutto dagli americani) arrivino giudizi di perplessità verso il nostro modello di intervento aquilano, che ha visto la costruzione di nuove case definitive col progetto CASE, e contemporaneamente il finanziamento per la ricostruzione di quelle vecchie. La seconda ragione indubitabile è che il meccanismo dell'assicurazione contro le calamità può far scattare la cultura delle privata prevenzione, poiché se noi assicuriamo le nostre case, per ottenere condizioni buone dalle compagnie devo essere certo che siano in buona condizione di manutenzione e rafforzamento. Insomma, con la quasi avvenuta affermazione di quella sintesi culturale e istituzionale costituita dal nuovo Stato sussidiario, che si colloca a metà tra le ampie libertà concesse e quasi “imposte” dello Stato Liberale e la solidarietà ad oltranza di uno Stato Sociale ormai a secco di risorse, sembra ormai ineludibile l’esigenza di interrompere superare definitivamente - prima di tutto a livello culturale –le forme più deteriori di assistenzialismo acritico, e trovare una giusta via socio-istituzionale per mettere il nostro paese in condizioni di reagire e riorganizzarsi sempre e comunque nel migliore dei modi di fronte alle conseguenze di eventi che – è notorio – in Italia non smetteranno mai di accadere. Come già accennato, per riuscire in questo intento, non dobbiamo lasciarci sfuggire l’occasione di aprire un dibattito sulla possibilità di sgravare lo Stato dalla necessità di rimediare totalmente e inevitabilmente alle drammatiche conseguenze sulle persone e sulle proprietà, che sono tipiche di ogni post emergenza, evitando o limitando, quindi, l’enorme dispendio di risorse pubbliche che in genere ne deriva: un dispendio che – da più parti viene autorevolmente affermato da tempo - potrebbe essere probabilmente evitato con l’avvio di regimi assicurativi contro il rischio, un’esperienza altrove già sperimentata e dimostratasi efficace. Non è esorcizzando il fantasma che risolviamo i problemi, e già la sola capacità di dar vita a un approfondimento culturale su un tema di questo genere, costituisce un notevole salto di qualità. Ipotizzando l’applicazione di un regime assicurativo contro le calamità in Italia, occorre a nostro avviso riflettere preventivamente su quelli che potrebbero essere i maggiori ostacoli psicologici, socio-culturali e politico-organizzativi che potrebbero impedire o comunque rendere difficoltosa la conquista di un nuovo regime di rimborsi e ristori sui danni derivanti dall’occorrenza di catastrofi. Sommariamente possiamo indicare i seguenti problemi:
1) La probabilità che i tempi non siano ancora maturi per la creazione in Italia di un tale regime assicurativo, poiché la gente, educata da decenni a pensare che lo Stato deve intervenire “direttamente” (sia per motivi di consenso politico ed elettorale, sia perché l’intervento statale è sentito da sempre come una specie di “diritto del contribuente”), difficilmente farà avere il suo consenso completo su provvedimenti che andranno comunque a gravare le famiglie di ulteriori carichi di spesa, fra l’altro in un momento particolarmente delicato per l’economia nazionale.
2) La difficoltà di informare compiutamente in via preventiva, facendolo ben comprendere agli italiani, sul fatto che esistono forme di assicurazione e riassicurazione che gravano relativamente sulle famiglie, e che possono dare in cambio sostanziosi vantaggi in termini di privata tranquillità e di risparmi pubblici.
3) La difficoltà di un’applicazione “erga omnes” di un regime assicurativo -obbligatorio o facoltativo che sia- in un territorio differenziato morfologicamente e dal punto di vista della mappa di rischi, nonché multiforme sul piano cultuale e politico-amministrativo, senza che ciò possa essere interpretato come una creazione di ulteriori differenze fra le diverse zone del paese.
4) Per lo stesso motivo, le esigenze e le consuetudini assicurative delle varie compagnie dovrebbero essere preventivamente armonizzate con il regime attuale delle responsabilità delle Regioni e degli Enti Locali, in ordine alla politica di assetto e utilizzazione del territorio, alla definizione e allo studio dei programmi di previsione e prevenzione e infine alla puntuale, completa e corretta redazione ed attuazione, in tutti i comuni d’Italia, di efficaci piani di emergenza.
5) La quantità e la varietà dei rischi italiani esistenti ed attesi, e la frequenza con cui i disastri si abbattono sul nostro paese, che potrebbero rendere particolarmente oneroso un premio assicurativo concepito con criteri analoghi a quello del “bonus malus”, e quindi non conveniente e appetibile in un regime non obbligatorio.
6) Non ultima, la non proprio sottile differenza esistente tra le catastrofi naturali e quelle “connesse con l’attività dell’uomo”, che può determinare difficoltà non indifferenti di classificazione ed inquadramento delle tipologie di danno, in considerazione della seria possibilità che l’intervento o la gestione dell’uomo sul territorio o sui beni possa costituire anche solo una ”concausa” dell’evento o degli effetti di questo, con possibili conseguenze sull’atteggiamento tenuto dalle compagnie nelle pratiche di ristoro dei danni. In sintesi, dunque, si tratta di indagare, analizzare e risolvere preventivamente e con lungimiranza diversi problemi e limiti di carattere culturale, politico, socio-economico, organizzativo e tecnico-operativo che caratterizzano il nostro paese allo stato attuale, per poter arrivare ad un risultato efficace e condivisibile dalla popolazione, al di là dei suoi costi sociali e finanziari in termini assoluti. E’ vero, peraltro, che esistono già oggi avviati studi di settore (come quello condotto alcuni anni fa dall’ISPRO per conto del Dipartimento della Protezione Civile) che, dopo aver effettuato un serie di confronti con le esperienze già implementate ed operanti all’estero, già tratteggiano alcuni percorsi possibili da seguire per arrivare alla creazione di un sistema italiano di efficace risposta assicurativa contro i rischi, corredato dei necessari “paracadute” contro una eccessiva esposizione finanziaria delle famiglie. Occorre esplorare ed approfondire con tenacia, convinzione e voglia di riuscita questa nuova spinta propulsiva verso la ricerca nel settore, così come ogni altro tipo di contributo in questa direzione. L’augurio è che gli sforzi di ricerca, indagine e di approfondimento possano essere indirizzati e finalizzati nel modo migliore, con il pieno consenso degli italiani e nell’unità sostanziale di tutte le forze politiche.
Giuseppe Zamberletti






