I mille giorni di BertolasoStampa
La gestione Bertolaso della Protezione Civile Nazionale sta raggiungendo i tre anni di attività, ed appare cosa normale, in questi casi, procedere ad un bilancio di quanto è stato fatto. Alla luce dei risultati raggiunti, possiamo dare atto al Dipartimento della Protezione Civile che il lavoro svolto è stato intenso e molto produttivo. Diversi obiettivi che erano stati prefissati sono stati raggiunti, e in alcuni particolari settori si è andati anche oltre le previsioni iniziali. Innanzitutto possiamo notare come, sul piano della gestione delle emergenze territoriali, la legge 286/02 abbia reso più efficace l’intervento dello Stato sui luoghi dei disastri di livello elevato.
L’apprezzamento che la struttura presidenziale può effettuare sulla base di valutazioni tecniche proprie o su segnalazione delle Regioni e degli Enti Locali, e la possibilità quindi di dar corso ai primi interventi urgenti anche nelle more della procedura di dichiarazione di Stato di Emergenza da parte del Consiglio dei Ministri, sono un indubbio passo in avanti in termini di efficacia e tempestività delle azioni di protezione delle popolazioni colpite. Accelerare ulteriormente e rendere ancor più efficaci le già illuminate procedure della 225 è stato un passo coraggioso ed estremamente positivo, compiuto tra l’altro con mentalità sussidiaria e non statalista.
Oggi più che mai, quindi, la protezione civile nazionale si pone come uno degli apparati dello Stato meglio capaci di muoversi realmente e con una certa agilità in senso federalista e in linea con le recenti modifiche costituzionali, pur nella gestione di problemi ed eventi che solo qualche anno fa avrebbero comportato l’assunzione di una responsabilità diretta e di una competenza amministrativa pressoché esclusiva da parte dello Stato. Analizzando il lavoro svolto, sorprendono poi positivamente i grandi passi in avanti compiuti sul piano della prevenzione e del monitoraggio, con la rete dei centri funzionali regionali e la nuova copertura radar del territorio nazionale, con il supporto della recente direttiva dipartimentale sulle procedure di allertamento.
La riclassificazione delle zone sismiche del paese sta inoltre a testimoniare il rinnovato spirito con cui le strutture tecniche nazionali coordinate dal Dipartimento stanno osservando e curando il territorio nazionale, assicurando costanza di ricerca e di analisi e certezza di normativa. E ancora, appare opportuno evidenziare il rinnovato interesse mostrato dagli Enti Locali e dal variegato mondo del volontariato verso le attività del Dipartimento Nazionale, testimoniato dalle innumerevoli e coinvolgenti iniziative che fioriscono quasi ogni giorno in giro per l’Italia a cura di amministrazioni territoriali finalmente responsabilizzate e attente.
Ma più di ogni altra cosa, è apparsa vincente la scelta di restituire fino in fondo il Dipartimento alla sua effettiva funzione di coordinamento delle risorse nazionali e locali, che era la finalità con la quale esso era stato istituito, che tanti risultati ha dato fino al recente passato, e che negli ultimi anni era stata messa in discussione con la trovata estemporanea dell’Agenzia di Protezione Civile. Noi non ci siamo mai uniti né potremo mai unirci, infatti, alla voce di coloro che ancora oggi non mancano di piangere la prematura scomparsa (ma era mai nata?) dell’Agenzia. Un organismo ibrido, di difficile collocazione istituzionale e organizzativa e di ancor più difficile interpretazione in termini di coordinamento operativo; un’idea e una visione della struttura nazionale poco accorta e ponderata, che si è presentata agli operatori nel modo più sbagliato: contorta e lacunosa nei riferimenti normativi fino a renderne impossibile l’approvazione del Regolamento di funzionamento; assolutamente improbabile nelle giustificazioni di carattere tecnico che ne supportavano il concepimento; fonte di contraddizioni, contrasti e conflittualità fra i soggetti istituzionali e le strutture operative per quanto riguarda i delicatissimi aspetti del coordinamento, con quella scelta arcaica di affidarne la direzione e la responsabilità gestionale al Ministero dell’Interno proprio in una fase in cui paesi moderni come la Gran Bretagna abbandonano quell’impostazione e scoprono i vantaggi di un coordinamento affidato a un Dipartimento del Governo.
Tanto negativo risultava già allora il giudizio sulla “bozza” di Agenzia da parte della maggioranza degli operatori e segnatamente del volontariato, che la sua cancellazione addirittura prima dello start-up è stata per tutti, o quasi, una eccellente notizia. Purtroppo, in direzione contraria a una pur così elementare evidenza di situazioni, anche in realtà di ambito parlamentare come il Comitato dei Parlamentari per l'Innovazione Tecnologica (COPIT), non senza una riserva mentale di tipo ideologico viene lamentato ancor oggi quell’inopinato “passaggio dal criterio dell’Agenzia al suo esatto contrario” (quasi che la conferma della migliore e già affermatissima impostazione operativa del Dipartimento Presidenziale potesse considerarsi una sorta di golpe istituzionale), e si arriva a osservare che “anche grazie all’impegno degli operatori, il servizio non ha subito i contraccolpi dei repentini cambiamenti di strategia nella gestione del settore”(sic).
Ma tutto può dirsi del D.L. 343/01 che ha abolito l’Agenzia, tranne che esso costituisca semplicemente “una valutazione di maggioranza” o “un repentino cambio di strategia verso una direzione contraria a quella prevista” (per usare le parole del COPIT); al contrario, fermare quel processo di regresso e deterioramento del sistema nazionale fondato sul tentativo goffo e autoritario di creare di un nuovo carrozzone, confermando invece e rilanciando con forza l’impostazione organizzativa del servizio nazionale della 225/92, è stato per noi un atto meritorio e di grande attenzione nei confronti dell’intera nazione. E alla luce dei risultati raccolti fin qui dal ritrovato Dipartimento, il continuare a sostenere a distanza ormai di anni quella contraddittoria e soffertissima esperienza della mai nata Agenzia come un’opportunità a cui si è voluto rinunciare, oltre che un’operazione ideologica di retroguardia rischia di apparire persino un’offesa all’intelligenza.
Lorenzo Alessandrini







