Esercitare o non esercitare? Questo è il problemaStampa
Era abbastanza chiaro che gli italiani si sarebbero divisi sulle motivazioni, sulla scelta dei luoghi, sul significato e anche sulla valutazione dei risultati finali delle esercitazioni compiute a Roma e a Milano. Se la protezione civile va considerata ancor oggi una materia abbastanza giovane, sulla quale non molta letteratura è stata prodotta a livello di studi, ricerche e formazione, e sulla quale si è generalmente indagato quasi esclusivamente attraverso l’osservazione degli esiti dei grandi disastri sofferti, ancor più laboriosa e lacunosa si presenta la particolare situazione della difesa civile italiana, nonostante alcune evidenti analogie con la protezione civile. Altre strade vanno dunque tentate per migliorare lo stato dell'arte, e quello delle esercitazioni è per l’appunto un ambito di indagine nuovo e privilegiato del complesso mondo dell’organizzazione d’emergenza: ruoli, enti, soggetti, coordinamento, aspetti tecnici, sanitari, giuridici….tutto quello, cioè, che concorre a fare di una comunità civile, all’occorrenza, una macchina efficiente di risposta. Verificare il livello di competenza degli operatori, la capacità di comunicazione tra i soggetti in campo, gli standard di efficienza garantiti dalle singole abilità professionali, la tenuta psicofisica degli esseri umani di fronte alla sollecitazione dei disastri, è senza dubbio utile. Ben vengano dunque le esercitazioni: ben vengano anche se parzialmente preavvisate, ben vengano anche quelle che riescono male se apportano ritorni di esperienza. In tal senso si mettano il cuore in pace gli organizzatori: in Italia per chi si occupa della cosa pubblica la cosa più facile da sentirsi dire è quella di non far niente, e se lo fa, di averlo fatto certamente male, e se proprio non si può dire che lo ha fatto male, di farlo per interessi personali o comunque per motivi inconfessati. Da sempre è così e sempre così probabilmente sarà. La riflessione finale un po’ amara è che, se tanto polemica ci deve essere, tanto varrebbe rischiarla fino in fondo, con la tecnica dell’esercitazione senza preavviso. Quasi una Garfagnana 1985, in cui – per motivi comunque reali – la TV di Stato dette notizia di una possibile imminente scossa di terremoto in alcuni comuni dell’alta lucchesia, costringendo gli abitanti della zona interessata a dormire per due notti in automobile, con pioggia e neve a far compagnia. Una ben efficace esercitazione. La novità era assoluta, e tanto sconcertò e intimorì, che quasi nessuno si azzardò a criticare quella decisione di allarmare la popolazione. E allora perché queste polemiche per le recenti esercitazioni? Che la tendenza odierna dell’opinione pubblica a valutare tecnicamente e a dare giudizi di efficacia ad operazioni come quelle recenti, sia figlia della maggiore informazione sui rischi che la popolazione ha conquistato? Questo sì sarebbe davvero un bel segno. Ma speriamo che non sia invece solo la tradizionale abitudine degli italiani di sentirsi sempre commissari tecnici.
Lorenzo Alessandrini







