Auguri di buon lavoro a Franco GabrielliStampa
Abbiamo un nuovo capo dipartimento che si appresta a rilevare la direzione della struttura che per quasi dieci anni è stata guidata da Guido Bertolaso. Al bravo Prefetto Franco Gabrielli, versiliese del Cinquale, auguriamo ogni migliore fortuna in questa avventura difficile ma avvincente. Certo, il nuovo Capo Dipartimento troverà una situazione non propriamente semplice da gestire: il nostro Paese è ormai un malato cronico, e per quanto negli anni a venire saremo bravi nello spingere forte sul pedale della prevenzione, saranno presumibilmente ancora molte le fatture che la natura ci presenterà per i decenni e decenni di disattenzioni pubbliche e private, solo recentemente messe sotto maggiore attenzione dalla pubblica amministrazione. Il territorio soffre, l’ambiente dà segni di cambiamento e non sempre mostriamo di essere preparati agli eventi, soprattutto al livello ove meglio si dovrebbe svolgere la funzione di vigilanza, e cioè quello degli enti locali. Sotto molti punti di vista, il decennio di guida del servizio nazionale di Guido Bertolaso ha lasciato frutti insperati. Vediamoli. Intanto le realtà di assoluta eccellenza di alcune regioni italiane, che occorre soltanto esportare in quelle regioni che in questi anni si sono maggiormente attardate. Assieme alle regioni, in particolare, abbiamo sperimentato e consolidato un protocollo di intervento urgente sulle grandi emergenze che ormai non ha più bisogno di ulteriori collaudi, e che è in grado in poche ore di catapultare migliaia di operatori organizzati su un territorio colpito. Ma sul fronte della gestione delle grandi calamità, c’è da promuovere nel prossimo periodo un approfondimento degli aspetti metodologici per l’affrontamento della cosiddetta “seconda fase” dell’assistenza alle popolazioni colpite: una fase di difficili decisioni politico-organizzative. La seconda fase è quella del cosiddetto reinsediamento della popolazione, momento in cui, sulla scorta della valutazione del periodo di accadimento e della zona d’impatto dell’evento e delle condizioni locali, si sceglie il tipo di iniziativa di ricovero adatta ad affrontare la lunga attesa della ricostruzione. Nel caso dell’Aquila, le scelte del reinsediamento non sono avvenute sulla base di uno scenario previsto e pianificato preventivamente, bensì sulla scorta di un dimensionamento e di una valutazione in corsa delle necessità assistenziali emergenti. Ecco quindi cosa suggeriamo al Prefetto Gabrielli: di portare la macchina del Dipartimento ad una “pianificazione” delle seconde fasi che seguono il soccorso iniziale dopo le catastrofi. E’ questo, secondo noi, un obiettivo ineludibile dei prossimi anni per giungere al sistema perfetto di intervento. Ma se al Prefetto Gabrielli possiamo chiedere un altro impegno particolare, questo è sul fronte istituzionale e su quello dei rapporti con le altre realtà e risorse del servizio nazionale. C’è da affrontare il nodo essenziale della collocazione della protezione civile all’interno del quadro normativo e amministrativo. Bertolaso ha avuto il grande merito di riaffermare e consolidare l’incardinamento del Dipartimento della Protezione Civile all’interno della Presidenza del Consiglio. E questa decisione è stata presa non per assecondare o -viceversa- rigettare le aspirazioni corporative di questo o quel settore della pubblica amministrazione, come si era verificato fino ad oggi con il paradossale meccanismo della delega al ministero o al sottosegretario agli interni o, peggio ancora, con l’infelice invenzione della poi abortita Agenzia. Il rafforzamento dell’impostazione originaria del servizio nazionale è stato il frutto della riaffermazione fortissima del ruolo del Presidente del Consiglio come Capo della protezione civile: un capo che segue direttamente i problemi del settore, e guida spesso personalmente le operazioni più importanti. Un Presidente che se e quando deve delegare, lo fa utilizzando un ministro e non un ministero. Non si tratta certo di una distinzione sottile ma sostanziale. Delegare a un “ministero” significa confinare la protezione civile fra le svariate materie e funzioni “di competenza” di questo o quel dicastero, mentre tutti sappiamo come l’unicità e la determinante importanza rivestita dalla protezione civile ne facciano un irripetibile oggetto istituzionale (“servizio”, dice non a caso la legge) che non può essere messo in fila assieme alle altre competenze, bensì svolto secondo il principio del coordinamento e del raccordo delle istituzioni e delle risorse presenti nel Paese: compito tipico del Presidente del Consiglio. La legge 152/05 ha del resto confermato con forza e senza tentennamenti l’impostazione originaria della 225/92, laddove ha stabilito che “Al fine di garantire l'uniforme determinazione delle politiche di protezione civile, delle attività di coordinamento e dei relativi poteri di ordinanza, nonché il conseguenziale, unitario ed efficace espletamento delle attribuzioni del Servizio nazionale della protezione civile, è attribuita, ai sensi del disposto di cui all'articolo 1, comma 2, della legge 24 febbraio 1992, n. 225, la titolarità della funzione in materia di protezione civile al Presidente del Consiglio dei Ministri che può delegarne l'esercizio ai sensi dell'articolo 9, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400, fatte salve le competenze regionali previste dalla normativa vigente”. E questo è il primo tema su cui si giocherà una grande partita nei prossimi anni. Un altro impegno che attende Franco Gabrielli riguarderà il potenziamento della previsione e della prevenzione, sia al livello centrale che al livello locale. In questi anni molto è stato fatto, certo. Abbiamo dato una sterzata normativa sull’edilizia antisimica pubblica e privata, e il nostro sistema di allertamento per rischio idrogeologico ha solo bisogno di avvicinare ulteriormente e saldare insieme i sistemi regionali con quelli locali per dare il massimo dei risultati. A Gabrielli tocca oggi il compito di raffinare questi progressi, adeguando ulteriormente le tecnologie e puntando in particolare sulla formazione degli operatori. Per il futuro, quanto al livello strategico nazionale, appare per noi decisivo ridare slancio all’attività della Commissione Nazionale per la previsione e la prevenzione dei grandi rischi. La comunità scientifica ha bisogno di ritrovare un punto di riferimento tecnico-scientifico unitario, capace di indicare le priorità della ricerca e dare un impulso di carattere metodologico agli enti e agli studiosi che partecipano a vario titolo alle attività di previsione e prevenzione coordinate dal Presidente del Consiglio. Negli ultimi anni, l’organizzazione del sistema dei centri di competenza legati al Dipartimento, se anche ha dato alcuni frutti sul piano dei prodotti tecnico-scientifici, ha determinato di fatto la scomparsa dell’unitarietà di orientamento che teneva in vita e rendeva proficuo il rapporto fra mondo operativo e comunità scientifica: unitarietà che proprio la Commissione Nazionale assicurava. D’altra parte, la Commissione stessa si è dovuta purtroppo far carico ingiustamente e ingenerosamente del fardello di quanto accaduto all’Aquila il famoso 31 marzo. Quest’onta, immeritata, va cancellata non solo sul piano giudiziario, ma anche dal morale di quanti hanno sempre creduto e si sono riconosciuti nella comunità scientifica e nell’opera della commissione, e ciò può essere assicurato soltanto rilanciando “en plein air” l’attività di quest’ultima. Le risorse umane e professionali ci sono. Serve solo l’impegno a ripartire. Per la prevenzione territoriale, invece, occorre investire ancora sui sindaci, anche se qua e là alcuni di loro, dopo tanti anni, sembrano non aver capito del tutto lo spirito del servizio nazionale e dello stesso concetto di protezione civile. E’ purtroppo vero che alcuni amministratori locali – forse ancora troppi- percepiscono un malinteso significato dello sforzo sussidiario in atto nel nostro Paese, che spesso viene da essi sintetizzato in una specie di luogo comune con cui si vorrebbe definire il ruolo del sindaco in rapporto con la protezione civile: “massimi poteri, doveri solo in caso di estrema necessità e in assenza di controindicazioni e, infine, certezza di risorse statali o regionali e nulla a carico del bilancio comunale”. E' anche vero tuttavia che si tratta solo di sacche di resistenza al nuovo, in mezzo a un’Italia che è oggi strapiena di sindaci tutt’altro che piagnoni e sprovveduti. Ma questa mentalità purtroppo resiste ancora, e non è escluso che sia contagiosa. Occorre allora investire ancora in formazione, e a livello nazionale è necessario che il Dipartimento dia indicazioni pregnanti alle amministrazioni pubbliche sulle modalità con le quali si deve affrontare il problema della sicurezza sul territorio periferico, e sulle delicatissime responsabilità che gli enti locali hanno in materia di prevenzione dei rischi territoriali e di informazione della popolazione sui pericoli derivanti da calamità naturali. Elemento vincente per migliorare fortemente il sistema, oltre al potenziamento del ruolo e delle responsabilità dei sindaci, sarà quello della valorizzazione del volontariato locale di protezione civile, che deve ampliare il suo raggio d’azione e di partecipazione al sistema locale, trasformandosi da semplice volontario dell’emergenza con la motopompa sempre in mano, a volontario di protezione civile, ossia di "previsione, prevenzione, soccorso e superamento", secondo il disegno della legge 225. I sindaci possono ovviamente fare moltissimo in questo campo. Come? Facendo crescere i gruppi comunali di volontariato, potenziandone la connotazione generalista e territoriale dei mai troppo rimpianti “pompieri comunali”; spingendo sulla loro formazione e sulla loro partecipazione alle attività della previsione e prevenzione, individuandoli soprattutto come i principali addetti alla “sorveglianza” del territorio. In questa attività di potenziamento del sistema degli enti locali e del presidio territoriale dei volontari di protezione civile, le Regioni avranno senz’altro un ruolo strategico, ma determinante risulterà anche la funzione di collante svolta dalla provincia nell’incoraggiare i sistemi comunali alle scelte di pianificazione locale. Tuttavia, è dal Dipartimento che dovrà nascere l’impulso alla costruzione di una rete virtuosa di sindaci impegnati nella tutela del proprio territorio a partire dalla fase di prevenzione. E’ dal Dipartimento che si dovranno dare idonee direttive per fare del volontariato nazionale un vero e proprio esercito organizzato a disposizione dei sindaci ogni giorno, e capace all’occorrenza di saltare a piedi uniti in un’emergenza nazionale. Ecco qua le nostre idee e i nostri modesti suggerimenti al nuovo capo della protezione civile italiana. Pochi grandi obiettivi, se raggiunti, produrranno una reazione a catena estremamente positiva nel servizio nazionale. In sintesi: rafforzamento della collocazione istituzionale e organizzativa del Dipartimento e riaffermazione dell'insostituibile ruolo di coordinamento svolto dalla Presidenza del Consiglio per dare forza e certezza a tutto il servizio nazionale, rilancio delle attività di previsione e prevenzione a partire dal ruolo della Commissione Nazionale Grandi Rischi, per arrivare alla gestione ordinaria del territorio con la valorizzazione di sindaci e il potenziamento delle competenze dei volontari locali. Sono questi gli obiettivi che ci sembrano ineludibili nei prossimi anni. Siamo fiduciosi. Se Gabrielli riuscirà a dare certezza su questi pochi ma fondamentali temi di sviluppo e di miglioramento, tutto il resto probabilmente verrà da sé. E verrà bene.






